|
|
IL LIBRO Non riuscirò mai a trasmetterti quello che ho nel mio cuore e quello che cerco di dirti, caro amico lettore, ma proverò ugualmente a toccati il tuo, perchè le briciole raccolte dallemie mani e viste dai miei occhi, hanno cambiato la mia vita parlandomi di Dio. Alberto Campari
|
|
Alberto! Lo ricordo in una piazzetta di Castelnovo: prestava la sua voce ad un personaggio della Via Crucis, il Cireneo. Attorno tanti ragazzini che rappresentavano " il cuore " della Montagna, testimoni della attenzione ai poveri, ai fratelli nel dolore, a chi vive in difficoltà: chi vestito da barelliere, chi da " soccorso alpino ", da volontario dell'Unitalsi o delle Case della Carità, da allenatore di ragazzini, ma il testimone principale era lui Alberto, il Cireneo, che in primo tempo non voleva portare la croce. Era stanco del lavoro dei campi ma, sentendo la voce dolorosa della Madre: " Figliuolo, l' Innocente ha bisogno di te. La strada del Calvario è troppo dura per essere percorsa da solo", ha preso il legno e ha aiutato il povero Cristo, che già più di una volta era caduto sotto il suo peso. L'aver scelto Alberto per questa parte, non è stato un caso: leggendo le pagine del suo libro, lo riconosciamo della razza dei Cirenei, che rendono il mondo più abitabile, un personaggio che fa da contrappeso a tante storie tristi di violenza, contro i poveri, contro gli innocenti, che continuano a rattristare il mondo. Alberto è della razza dei Viventi, di coloro che hanno scelto di contestare non a parole ma con i fatti, non appartiene a movimenti " no global " né ad alcun gruppo sociale o gruppi, che hanno sposato la contestazione armata. Alberto è uno della Montagna, uomo concreto: ha scelto la via della carità, che si fa vicina a chi soffre, ne intuisce il dolore, il bisogno e si mette al lavoro, tirandosi su le maniche, senza paura o timore di buttarsi via per chi invoca il suo aiuto, non le sue parole. E' della razza dei Viventi, perché non ha paura di dare il proprio tempo al Progetto Gaom, nato da un altro Cireneo più avanti negli anni, Riccardo Azzolini, un incredibile testimone della carità, cresciuto alla scuola di don Bosco il santo dei giovani, e come lui ha osato rischiare per amore, accogliendo la sfida dei poveri, gettandosi in un' avventura , dove non è mai stato solo, avendo sempre trovato qualcuno che ha condiviso la sua " follia " di Cireneo dei nostri tempi. E' con questa gente che al Montagna vive, ha un suo fascino, qualcosa da dire a tutti coloro che l'avvicinano. Non è in montagna che è cresciuto don Mario Prandi, Pasquale Marconi, tanti preti e laici che sono stati l'ossatura della Chiesa e della comunità civile? Alberto è diventato con Riccardo, un punto sicuro di riferimento per i poveri di Gambo, per i lebbrosi, che corrono incontro sorridenti a chi porta loro aiuto, a chi non li considera esseri da mettere al margine della foresta, del villaggio, della città, ma li tratta da uomini, da figli di Dio, che Gesù ha guarito, non ha condannato o escluso, ma ha considerato "suoi", come suoi li ha considerati Raoul Follerau, padre Damiano, suoi familiari e amici li considera Riccardo, Alberto e quanti li hanno seguiti come collaboratori in Etiopia. Sono pagine vere, a tratti poetiche, quelle che siamo invitati a leggere, scritte con il cuore dell'innamorato, della persona semplice, umile, che non ricorre ad alcuna retorica, che non si vanta di sé, che non si sente eroe, anche se altri lo possono considerare. Per usare una immagine bellissima di Gabriel Garsia Marquez, Alberto guarda il povero dall' alto in basso e lo può fare, perché lo fa per rialzarlo dalla sua miseria, dalla sua tristezza che, non soccorsa, può essere mortale. Mi ha stupito Alberto in questo suo narrare, che lo fa educatore di giovani. Se educare è narrare la propria vita, qui Alberto si dimostra educatore di qualità Che sorprende e sconcerta in un intreccio di racconti e rapide riflessioni, proprie di chi non è cresciuto e non intende far crescere al gente a biscotti e nutella ma con pane di segale e acqua fresca di fontana. Mi piace Alberto quando parla di Ghenno e della sua ospitalità. Ghenno è un lebbroso che può non aver letto l'episodio delle Querce di Mamre, dove Dio pellegrino è accolto da Abramo, ma sa che l'accoglienza è un gesto religioso, che appartiene all'uomo da sempre. Mi piace quando racconta dei matrimoni, del rito dell'amore, che ha patria in ogni paese e vince la solitudine del povero come quella del ricco. Sono pagine rilevatrici di una cultura di un popolo, l'etiope, che ha radici profonde in un passato remoto, ricco di fermenti umani e religiosi. Non possiamo che essere grati ad Alberto per quanto ha fatto e quanto ha scritto di Gambo, un paese sperduto dell' Africa, non facile da raggiungere con i nostri mezzi moderni. Gambo prende nome da un recipiente dove le donne raccolgono acqua. In questo racconto Gambo mi pare l'anfora delle nozze di Cana Dove l'acqua è stata mutata in vino, un miracolo del quotidiano, che rende più sereno l'orizzonte della nostra storia. Fino a che ci saranno dei Cirenei a portare al croce, ci sarà sempre una speranza per i poveri, ma anche per il mondo dei ricchi, che condividendo la vita con chi soffre, possono trovare la gioia, che si respira nei racconti di Alberto, in quelli di tutti coloro che, missionari della Consolata o sorelle di De Foucauld, hanno dato la loro vita ai poveri Cristi, di cui è piena la terra. La Montagna vive! Grazie Alberto, grazie, Riccardo, grazie a tutti gli amici del Gaom. Don Vittorio Chiari Grazie don Vittorio Alberto Campari |